Proselitismo e fondamentalismo islamico in carcere, l’allarme

Il sindacato di polizia penitenziaria sul fondamentalismo: "Sono oltre 500 i detenuti in Italia monitorati per radicalismo e proselitismo islamico"

NAPOLI. Proselitismo e fondamentalismo islamico nelle carceri italiane: qui di seguito una nota del Sappe, sindacato autonomo di polizia penitenziaria.

Fondamentalismo islamico nelle carceri italiane, la nota del Sappe

Sono oltre 500 i detenuti in Italia monitorati per radicalismo e proselitismo islamico e per almeno 150 c’è un “alto rischio” di radicalizzazione. “Ma l’attenzione è massima, sotto il profilo della sicurezza, perché il carcere è un terreno fertile nel quale fanatici estremisti, in particolare ex combattenti, possono far leva sugli elementi più deboli e in crisi con la società per selezionare volontari mujaheddin da inviare nelle aree di conflitto, grazie ad un meticoloso indottrinamento ideologico. Oggi i detenuti in Italia sono oltre 58mila e gli stranieri sono quasi 20mila: i ristretti di religione islamica sono circa 12mila e gli osservanti sono circa 7.200. Un detenuto su cinque, dunque, è musulmano, ma i ministri di culto islamico sono solamente 47. C’è dunque il rischio di improvvisati predicatori e queste serve a comprendere l’importanza delle attività della Polizia Penitenziaria in materia di prevenzione e monitoraggio del proselitismo integralista”, spiega Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE, nel presentare il Convegno nazionale che si terrà a Salerno nel pomeriggio del prossimo martedì 10 aprile.

Un Convegno – “La radicalizzazione jihadista nelle carceri. Ruolo della Polizia Penitenziaria: formazione e investimenti” alle ore 15 di martedì 10 aprile, presso la Sala Congressi del Grand Hotel Salerno – nel quale dibatteranno della radicalizzazione jihadista nelle carceri esperti della Polizia Penitenziaria.

“Il problema principale della radicalizzazione in carcere è che un determinato individuo potrebbe entrare in carcere per reati comuni ed uscirne radicalizzato, senza cioè che il sistema di sicurezza esterno si possa rendere conto di cosa è accaduto in carcere, quali rapporti ha costruito, su quali si è basato e, soprattutto, dove è finito dopo il fine pena”, aggiunge Capece. “Esistono invece Nuclei di poliziotti penitenziari specializzati, esperti di religione islamica, che segnalano possibili percorsi di radicalizzazione e fondamentalismo da parte di uno o più individui detenuti. Certo non aiutano la vigilanza dinamica e il regime penitenziario aperto nelle carceri, che consentono la promiscuità tra i detenuti senza controlli della Polizia Penitenziaria. Nel Convegno di Salerno dibatteremo sulle priorità che si sarebbero già dovute affrontare per migliorare le tecniche di monitoraggio ed intervento, che partono preliminarmente da una formazione dedicata (che deve essere specializzata e di qualità, e non quella assai blanda che ha fornito fino ad oggi il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) e dallo stanziamento di fondi e investimenti per la Polizia Penitenziaria ed i suoi appartenenti”.

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